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Edgar Allan Poe

 
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Beldanubioblu



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MessaggioInviato: Lun Giu 16, 2008 12:17 am    Oggetto: Edgar Allan Poe Rispondi citando




Edgar Allan Poe


Poe, vissuto nella prima metà dell’’800 si prefigura con i suoi racconti, i romanzi e le opere poetiche come un antesignano della moderna science-fiction. Una fantascienza ante-litteram per le sue visioni del mondo e della natura, per la sua abilità di creare situazioni e di indagare alcuni aspetti dell’ animo umano e dei suoi risvolti psicologici (e a volte parapsicologici) che fanno di Poe un vero innovatore della letteratura di fantasia.


Edgar Allan Poe nasce nel 1809 a Boston. Figlio di due attori girovaghi si ritroverà presto orfano per la prematura morte dei genitori a causa della tisi. Viene adottato da due coniugi di Richmond: John Allan, un commerciante scozzese e dalla moglie Frances Keeling Valentie che manterrà un legame affettivo con lo scrittore per tutta la vita.

Nel 1815 la famiglia si trasferisce per un certo periodo in Inghilterra dove il giovane Poe comincia gli studi che proseguiranno al rientro negli Stati uniti alla Virginia University dove studiò lingue antiche e moderne.

E' un ottimo studente ma si lascia progressivamente coinvolgere nei vizi per l’alcol e il gioco tanto che viene espulso dall’università stessa. Questo fatto lo porta a scontrarsi con il padre con il quale si crea una frattura che si protrarrà per lungo tempo.

Nel 1827 abbandona la sua famiglia e si trasferisce a Boston. Lo stesso anno pubblica a sue spese Tamerlane and other poems, un libretto di poesie che viene accolto nell’indifferenza più assoluta di critica e pubblico. Deluso Poe si arruola volontario nell’artiglieria federale.

Nel 1829 si reca a Richmond per la morte della madre: questo fatto contribuirà al riavvicinamento col padre e all’abbandono del servizio militare.

Nello stesso anno si trasferisce da una zia a Baltimora dove decide di pubblicare una seconda raccolta di versi.

Del 1831 è invece la terza raccolta, Poems, pubblicata a New York.

Tornato a Baltimora comincia a vedere pubblicati i suoi primi racconti dal giornale locale The Courier. Escono così in un breve periodo di tempo Metzengerstein, The Duc of l'Omelette (Il Duca dell'Omelette), A Tale of Jerusalem (Racconto di Gerusalemme), A decided Loss (Una perdita decisa), The Bargain Lost (L'affare perso).

Nel 1835, con il racconto, uscito sul Baltimora Saturday Visiter, M.S. fuond in a bottle (Manoscritto trovato in una bottiglia), vince un premio letterario consistente in una somma di 100 dollari.

Nel frattempo lavora nella redazione del Southern Literary Messenger del quale diventa presto vice direttore grazie alle sue qualità giornalistiche.

Nel 1838 pubblica il suo primo (e unico) romanzo: The Narrative of Arthur Gordon Pym (La storia di Arthur Gordon Pym) che però non ha un’accoglienza favorevole presso il pubblico.

Nel frattempo aveva sposato la quattordicenne cugina Virginia Clemm.

Nel 1839 esce la prima raccolta di racconti pubblicata con il titolo di Tales of Grotesque and Arabesque (Racconti del grottesco e dell’arabesco). In seguito lavora presso il Gentlemen’s Magazine di cui risolleva le sorti editoriali facendosi apprezzare ancora una volta per le sue qualità. Continua a scrivere racconti e recensioni di critica letteraria e alla fine decide di fondare egli stesso un giornale: The Stylus. L’esperienza dura un paio d’anni e si concluderà infelicemente.

Comincia il peggior periodo della vita di Poe: la moglie si ammala e, non avendo lui i mezzi per farla curare si dà alla disperazione e cerca conforto nell’alcol e nel laudano.

Del 1844 è la pubblicazione sulla rivista The Evening Mirror di New York della sua più famosa poesia: The Raven (Il Corvo). Ottiene un clamoroso successo e quella gloria che inseguiva da anni.

Ma il successo non durerà a lungo. Preda dei suoi vizi comincia ad accumulare debiti di gioco e a bere; nel 1847 muore di tubercolosi la giovane moglie a cui Poe era legatissimo e il periodo di frustrazione e disperazione che ne consegue lo accompagnerà fino alla morte. Farà in tempo a pubblicare il poemetto in prosa Eureka prima di essere trovato in stato di incoscienza in una locanda di Baltimora.

Muore di delirium tremens il 7 ottobre del 1849 a 40 anni, alle 5 del mattino.


fonte:http://digilander.libero.it/merraigan/poe.htm






Solo

Fanciullo, io gia' non ero
come gli altri erano, ne' vedevo
come gli altri vedevano. Mai
derivai da una comune fonte
le mie passioni - ne' mai,
da quella stessa, i miei aspri affanni.
Ne' il tripudio al mio cuore
io ridestavo in accordo con altri.
Tutto quello che amai, io l' amai da solo.
Allora - in quell' eta' - nell' alba
d' una procellosa vita - fu deerivato
da ogni piu' oscuro abisso di bene e male
il mistero che ancora m' avvince -
dai torrenti e dalle sorgenti -
dalla rossa roccia dei monti -
dal sole che d' intorno mi ruotava
nelle sue dorate tinte autunnali -
dal celeste baleno
che daccano mi guizzava -
dal tuono e dalla tempesta -
e dalla nuvola che forma assumeva
(mentre era azzurro tutto l' altro cielo)
d' un demone alla mia vista

_________________
Il sole non ti serve per vedere perchè tu luce sei in mezzo al buio...(Lucia Di Iulio)


Ultima modifica di Beldanubioblu il Lun Giu 16, 2008 12:33 am, modificato 2 volte in totale
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Beldanubioblu



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MessaggioInviato: Lun Giu 16, 2008 12:23 am    Oggetto: Rispondi citando

Canto

Ti vidi nel tuo giorno nuziale
e t' invase una vampata di rossore,
quantunque felicita' ti brillasse d' intorno
e il mondo fosse tutto amore innanzi a te.

E il baleno che s' accese nei tuoi occhi
(quale ch' esso fosse per me),
fu quando alla Belta' di piu' conforme
potesse svelarsi alla mia vista dolente.

Fu quel rossore, credo, pudore di fanciulla -
e ben si comprende che cosi' fosse.
Ma un piu' fiero incendio quel baleno
sollevo' - ahime'! - nel petto di colui

che ti vide nel tuo giorno nuziale,
allorche' ti sorprese quell' acceso rossore,
quantunque felicita' ti brillasse d' intorno
e il mondo fosse tutto amore innanzi a te.



La stella della sera


L' estate era al suo meriggio,
e la notte al suo colmo;
e ogni stella, nella sua propria orbita,
brillava pallida, pur nella luce
della luna, che piu' lucente e piu' fredda,
dominava tra gli schiavi pianeti,
nei cieli signora assoluta -
e, col suo raggio, sulle onde.
Per un poco io fissai
il suo freddo sorriso;
oh, troppo freddo - troppo freddo per me!
Passo', come un sudario,
una nuvola lanugiosa,
e io allora mi volsi a te
orgogliosa stella della sera,
alla tua remota fiamma,
piu' caro avendo il tuo raggio;
giacche' piu' mi allieta
l' orgogliosa parte
che in cielo svolgi a notte,
e di piu' io ammiro
il tuo fuoco distante
che non quella fredda, consueta luce.




Imitazione


Un cupo insondabile mare
di sconfinato orgoglio -
mistero e sogno
m' appare quella mia prima eta';
un sogno, dico, che un estroso pensiero
popolo' di strani esseri mai vissuti,
che il mio spirito non ha mai veduto.
Oh, li avessi lasciati in passare,
col mio occhio sognante!
Nessuno al mondo erediti
quella mia visione d' allora;
quei pensieri io controllerei,
come per magia, nella sua mente:
giacche' quella fulgente speranza
e quel lieto tempo sono svaniti,
con essi ando' via, con un sospiro:
ma non m' importa che siano periti,
benche' cosi' cari li avessi allora.



Un sogno


In visioni di notturna tenebra
spesso ho sognato svanite gioie -
mentre un sogno, da sveglio, di vita e di luce
m' ha lasciato col cuore implacato.

Ah, che cosa non è sogno in chiaro giorno
per colui il cui sguardo si posa
su quanto a lui è d' intorno con un raggio
che, a ritroso, si volge al tempo che non è più?

Quel sogno beato - quel sogno beato,
mentre il mondo intero m' era avverso,
m' ha rallegrato come un raggio cortese
che sa guidare un animo scontroso.

E benchè quella luce in tempestose notti
cosi' tremolasse di lontano -
che mai può aversi di più splendente e puro
nella diurna stella del Vero?

_________________
Il sole non ti serve per vedere perchè tu luce sei in mezzo al buio...(Lucia Di Iulio)


Ultima modifica di Beldanubioblu il Lun Giu 16, 2008 12:31 am, modificato 1 volta in totale
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Beldanubioblu



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MessaggioInviato: Lun Giu 16, 2008 12:31 am    Oggetto: Rispondi citando

Il Giorno piu felice

Il giorno più felice - l'ora più felice
questo mio inaridito cuore ha già conosciuto;
ogni più alta speranza di trionfo e d' orgoglio
sento ch' é fuggita via.

Trionfo? oh sì, così fantasticavo;
ma da gran tempo svanirono ormai
le visione di quel mio giovanile tempo -
e sia pur così.

E quanto a te, orgoglio, che dirti?
Erediti pure un'altra fonte
quel veleno che approntasti per me -
Ora acquietati, o mio spirito.

Il giorno più felice - l'ora più felice -
che quest'occhi avrebbero visto - hanno già visto,
il rifulgente sguardo di trionfo e d' orgoglio
sento che é spento ormai.

Ma mi fosse pur riofferta quella speranza
di trionfo e d' orgoglio, e con la pena
che allora avvertivo - quella fulgente ora
io non vorrei riviverla:

giacche' oscure scorie erano su quelle ali
e, al loro agitarsi, una maligna essenza
ne pioveva - fatale per un' anima
che già l' ha conosciuta.




Al fiume

Bel fiume! Nel tuo limpido flutto
di lucido cristallo, acqua errabonda,
tu sei emblema d' una fulgente
belta' - cuore non disvelato -
piacevole intrico dell' arte
nella figlia del vecchio Alberto;

ma quando la tua onda ella contempla -
che scintilla allora e tremola,
oh, allora il piu' leggiadro rivo
si fa simile a colui che l' adora:
che' nel cuore di lui, come nel tuo scorrere,
l' immagine di colei e' radicata:
in quel cuore che tremola al raggio
di occhi che cercano l' anima.



I recessi ombrosi

I recessi ombrosi dove in sogno io vedo
i piu' vaghi uccelli canori,
son come labbra - e tutta la tua melodia
di parole cui il labbro da forma. -

I tuoi occhi, gemme nel cielo del cuore,
desolati si posano allora,
o Dio!, sulla mia mente funerea -
luce di stelle su un nero drappo.

Il tuo cuore - il tuo cuore! Mi ridesto
e sospiro, e dormo per sognare
di quella verita' che l' oro non puo' mai comprare -
e di quelle futilita' che sempre puo', invece.



Romanza

Romanza, che ami annuire e cantare
col capo assonnato e le ali ripiegate,
tra verdi fronde, quali agita
nel suo fondo un ombroso lago,
fu per me un variopinto pappagallo
- oh, a me familiare uccello -
che m' apprese a dir l' alfabeto
e a balbettare le prime parole,
qundo nel bosco selvaggio io giacevo,
fanciullo - dall' occhio sagace.

Ma da un pezzo, del Condor gli eterni anni
cosi' scuotono il cielo stesso la' in alto,
con tumulto di tuoni mentre passano,
che non ho io piu' tempo per oziose cure,
mentre spio l' inquieto cielo.
E quando un' ora con piu' lievi ali
getta su di me le sue morbide piume,
dissipar quel breve tempo con lira e rime
(vietate cose!) - delittuoso parrebbe al mio cuore:
a meno che con le corde non vibri anch' esso



Il lago

Nel fior di giovinezza, ebbi in sorte
d' abitar del vasto mondo un luogo
che non poteva ch' essermi caro e diletto -
tanto m' era dolce d' un ermo lago
la selvaggia bellezza, cinto di nere rocce,
con alti pini torreggianti intorno.

Ma poi che Notte, come su tutto,
aveva li' disteso il suo manto,
e il mistico vento e melodioso
passava sussurrando - oh, allora,
con un sussulto io mi destavo
al terrore di quel solitario lago.

Pure, non mi dava spavento quel terrore,
ma anzi un tiepido diletto -
un diletto che ne' miniere di gemme
ne' lusinghe o donativi mai potrebbero
indurmi a definir qual era -
e neanche Amore - fosse anche l' Amor tuo.

Morte abitava in quelle acque attossicate,
e una tomba nel profondo gorgo
era disposta per chi sapesse ricavarne
un sollievo al suo immaginare:
il solingo spirito sapesse fare
un Eden di quell' oscuro lago.




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