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Charles Bukowski

 
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Beldanubioblu



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MessaggioInviato: Dom Apr 30, 2006 3:05 pm    Oggetto: Charles Bukowski Rispondi citando









Charles Bukowski




Henry Charles Bukowski nasce il 16 agosto del 1920 ad Andernach, in Germania. Due anni dopo la sua famiglia si trasferisce a Los Angeles. La vita negli States non è facile, sono gli anni della depressione economica, la situazione familiare non è delle più felici. Racconterà le vicende della sua giovinezza nel romanzo Panino al prosciutto. Nel 1938 si diploma alla L.A. High School, subito dopo comincia a lavorare come magazziniere, ma è un mestiere che non fa per lui. Si licenzia e, dopo una violenta lite con il padre, lascia casa e va a vivere in squallide camere in affitto. Tira avanti facendo piccoli lavoretti, spendendo tutto quello che ha per bere. E’ protagonista di continue risse, vive come un barbone.
E’ il periodo più buio della sua vita. Cambia continuamente città, New Orleans, San Francisco, St. Louis, Philadelphia. Arrestato per renitenza alla leva, viene subito scarcerato. Nel frattempo scrive e manda i suoi racconti e le sue poesie alle più importanti riviste dell’epoca. Nel 1944 viene pubblicato il suo primo racconto. Le cose però non cambiano. Ha una lunga storia con Jane Baker, sono gli anni in cui viene assunto all’ufficio postale, dopo aver cambiato decine di lavori, anni raccontati nei suoi romanzi Factotum e Post Office.
Dopo una sbornia con la compagna Jane, alcolizzata come lui, è vittima di una abbondante emorragia, viene ricoverato in condizioni disperate, ma si salva grazie alle trasfusioni di sangue donatogli dal padre. Non smette comunque di bere. Va all’ippodromo, scommettere sui cavalli, rimane spesso al verde, si ubriaca regolarmente, scrive tutte le notti poesie e racconti. Nel 1959 gli vengono pubblicate otto poesie sulla rivista Harlequin. La direttrice della rivista, Barbara Frye si invaghisce di lui, gli scrive proponendogli di sposarla, lui accetta. Si separarono due anni dopo. Nel 1962, pubblica la prima raccolta di poesie, It Catches my Heart from my Hands. In questo periodo la sua ex compagna Jane viene stroncata dall'alcool e anche suo padre muore.
Lui beve sempre di più, ma collabora anche sempre più spesso con riviste letterarie underground come Epos, Outsiderl Breakthru. Nel 1964 ha una figlia, Marina, nata dall'unione con Frances Dean, una giovane poetessa. Collabora con il settimanale underground Open City, dove tiene la rubrica “Nofes of a Dirty Old Man”(Taccuino di un vecchio sporcaccione). Vuole diventare scrittore a tempo pieno, così si licenzia dall’ufficio postale all’età di 49 anni. Si separa da Linda King, la donna di cui parla nel suo romanzo Donne, viaggia di continuo per tenere i suoi reading che spesso finiscono con lui ubriaco e il pubblico esaltato. Nel 1976, alla fine di una lettura, conosce Linda Lee Beighle, la donna che vivrà con lui fino alla sua morte. Linda riesce a fargli cambiare abitudini di vita, a diminuire il suo consumo di alcool e le cose cominciano ad andare meglio. Tra una corsa all’ippodromo e l’altra scrive e pubblica Generale Tales of Ordinary Madness (Storie di Ordinaria follia), altri racconti e i suoi romanzi più famosi. Nel 1987 scrive la sceneggiatura del film Barfly, per il regista Barbet Schroeder, raccontando le vicende del giovane Hank Chinaski, interpretato da Mickey Rourke. Vive in serenità e agiatezza con Linda e una schiera di gatti nella sua villa, a San Pedro, California. Nel 1988 si ammala di tubercolosi, ma continua a scrivere e pubblicare libri fino a quando, il 9 marzo 1994, all’età di 74 anni, muore, stroncato dalla leucemia.








E' morto a 73 anni l'autore di "Storie di ordinaria follia".
Girovago, alcolista, rifiutato dalla società americana, conobbe la gloria in Europa. E divenne una leggenda.
di Fernanda Pivano


Charles Bukowski è morto l'altro ieri in un ospedale di San Pedro (California), dov'era ricoverato per leucemia. Aveva 73 anni. Dai suoi libri sono stati tratti due film famosi: "Storie di ordinaria follia" di Marco Ferreri e "Barfly" di Barbet Schroeder.
E' morto Charles-Henry-Hank Bukowski, sposato con la dolcissima Linda Lee Beighale, padre di una figlia ormai adulta avuta dalla prima moglie: è morto di leucemia o di polmonite o delle orribili cose di cui si muore a conferma che la vita non è così bella come cercavamo di fargli credere, circondato dai fiori coltivati da Linda e dai tre gatti raccolti qua e là perché non morissero di fame.
Ora arriveranno le cronache, i soliti pettegolezzi, li dovremo anche raccontare ma c'è una cosa che vorrei dire per prima: che Bukowski era un grandissimo scrittore, uno scrittore nato, un narratore della levature forse di un Hemingway, certo di Norman Mailer (e con l'ambizione di entrambi), uno scrittore nato che si metteva lì, con gli occhi socchiusi da animale braccato e quel sorriso alla Mickey Rourke, a rispondere sottovoce, lentamente a una domanda finchè la risposta non prendeva forma e diventava intensa.
Così, presto, ci accorgevamo di ascoltare un racconto, di quelli che poteva benissimo pubblicare, intensi, disperati come tutto quello che scriveva, senza futuro, sempre intrisi di dolore, senza speranza e senza sorriso: solo in compagnia del vuoto di chi ha conosciuto la sabbia portata dal vento tra le immondizie e gli scarafaggi su pareti senza colore.
Passavo giornate intere con lui, dal tramonto quando tornava dalle corse, felice se guadagnava 25 dollari molto più se gli avevano stampato 500 mila copie di un libro. "Che cosa racconterai ora che hai raccontato tutto anche della tua infanzia?", gli chiedevo. "Non ti preoccupare", mi diceva sornione.
Avrà pubblicato anche la storia della sua morte? Da mesi non riuscivo a parlargli; rispondeva al telefono una voce femminile, forse era una governante, o un'infermiera, mai quella di Linda. Quando fecero a Venice un manifesto per la guerra del Golfo, Silvia Bizio, nostra comune amica, mi disse che Bukowski non andò, ma per la prima volta scrisse tre poesie contro la guerra. Le recapitò a Linda e Linda le lesse forte per lui. "Non stava bene", disse; e a Natale mandò a Silvia un biglietto di auguri, spiegando che Hank non era ancora guarito.
Voleva essere chiamato Hank; Henry non lo voleva perché glielo avevano dato i genitori, Charles era troppo solenne e poi quello preferito dagli editori. Questi erano Barbara e John Martin della Black Sparrow di Los Angeles, una piccolissima casa editrice di Santa Barbara nata nel 1966 quando Martin, allora capo di una ditta di forniture per uffici, vendette la sua collezione di "prime edizioni" e pubblicò il primo libro di un bevitore famoso, di quelli che bevono nei bar dei marinai, si azzuffano con tutti e finiscono a bere da soli distesi sul pavimento: era poesia esplicita e la prosa ricordava lo stile di Henry Miller. Martin gli offrì 100 dollari al mese perché lasciasse il suo lavoro di fattorino alle poste e lavorasse soltanto a un romanzo. Bukowski lo ascoltò e abbandonò l'impiego: alla fine di un gennaio telefonò dicendo che il romanzo era finito.
Con quella telefonata iniziò la sua carrira di scrittore e anche la fortuna dell'editore. John Martin così sintetizzò il loro incontro: "Il signor Rolls incontra il signor Royce". Intanto Bukowski si conquistò un pubblico facendo uscire qua e là frammenti e racconti sulle riviste che allora si chiamavano underground. La collaborazione più regolare fu quella con Open city, dopo quella al Los e al Los Angeles Free Press; su quel giornale tenne una rubrica chiamata Note di un vecchio sporcaccione che segnò il suo ingresso (1969) nella galleria di letterati della casa editrice di Lawrence Ferlinghetti, la City Lights Books. Il libro fu accolto con disprezzo dalla critica dell'establishment ma Bukowski aveva ormai un suo pubblico che lo andava ad ascoltare ai readings di poesia e non cercava soltanto in lui il "poeta" ma il "poeta maledetto".
Nel 1971 uscì Post Office, il suo primo romanzo, scritto in diciannove giorni, che racconta le sue avventure di postino con donne per lo più mitomani incontrate nelle ore di lavoro e rivela uno stile già molto scaltro nell'uso sia del linguaggio vernacolare sia di un'autoironia non ancora intrisa di cinismo ma già abbastanza densa da sfiorare una personalissima denuncia sociale mescolata ad un forte individualismo anarchico.
Nel 1980, quando facemmo un'intervista di 150 pagine, la sua adolescenza, la sua infanzia, la sua giovinezza, risultarono con una chiarezza ormai priva di dubbi; e intanto Bukowski continuava a regalarci storie su storie e due film dei quali chiacchieravamo nella sua stanza di soggiorno, dove un anno gli riempirono il camino di 51 bottiglie di birra (una di scorta) per festeggiare il cinquantesimo compleanno. Mi faceva cucinare da Linda un minuscolo pesce arrosto e beveva a tavola acqua di Perrier al sapore di cilegia. Poi ritornava a bere nel suo studio del primo piano dove da grande ubriaco si metteva a correggere con minuzia da stilista le pagine scritte la notte precedente.
Quando uscivo mi baciava la mano come uno studente inglese dell'800 e mi porgeva una rosa della sua siepe, lì sulla porta d'ingresso. Un giornalista italiano non ci credette; gli chiese se era vero. Bukowski insaccò il collo da King Kong come faceva quando gli giravano le scatole e disse: "Certo che è vero. Viene qui questa gentile signora che ha passato la vita ad aiutare i nostri libri in Italia: cosa volete che faccia, che la stupri?".

dal Corriere della Sera dell' 11 marzo 2005

Nel 2005 è uscito Factotum, il film di Bent Hamer tratto dall'omonimo romanzo di Charles Bukowski, con Matt Dillon e Lili Taylor

fonte:http://digilander.libero.it/confratchianti/


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Beldanubioblu



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MessaggioInviato: Lun Mag 01, 2006 6:43 pm    Oggetto: Rispondi citando






Charles Bukowski, da piccolo, sulla spiaggia di Santa Monica Beach, in California




Charles Bukowski con Linda King negli anni ’70. I due ebbero una relazione molto movimentata. Linda era una scultrice, si erano conosciuti quando Charles aveva posato per lei. Lei aveva 30 anni lui 49. Ne parla spesso nei suoi romanzi (soprattutto in Donne)




Il genio della massa


C'è abbastanza perfidia, odio,
violenza,
Assurdità nell'essere umano
medio
Per fornire qualsiasi esercito in qualsiasi
giorno.

E I Migliori Assassini Sono Quelli
Che Predicano Contro.

E I Migliori A Odiare Sono Quelli
Che Predicano AMORE

E I MIGLIORI IN GUERRA
-IN DEFINITIVA- SONO QUELLI CHE PREDICANO
PACE

Quelli Che Predicano DIO
HANNO BISOGNO di Dio

Quelli Che Predicano Pace
Non Hanno Pace.

Quelli Che Predicano Amore
Non Hanno Amore

ATTENTI AI PREDICATORI
Attenti Ai Sapienti.

Attenti
A Quelli Che
LEGGONO
SEMPRE
LIBRI


Attenti A Quelli Che O Detestano
La Povertà O Ne Sono Orgogliosi

ATTENTI A Quelli Pronti A Elogiare
Poichè Hanno Loro Bisogno Di ELOGI In Cambio

ATTENTI A Quelli Pronti A Censurare:
Hanno Paura Di Quello Che
Non Sanno

Attenti A Quelli Che Cercano Continuamente
La Folla; Da Soli Non Sono
Nessuno

Attenti
Agli Uomini Comuni
Alle Donne Comuni
ATTENTI Al Loro Amore
Il Loro E' Un Amore Comune, Che Mira
Alla Mediocrità

Ma C'è Il Genio Nel Loro Odio
C'è abbastanza Genio Nel Loro
Odio Per Ucciderti, Per Uccidere
Chiunque.

Non Volendo La Solitudine
Non Concependo La Solitudine
Cercheranno Di Distruggere
Tutto Ciò
Che Si Differenzia
Da Loro Stessi

Non Sapendo
Creare Arte
Non Capiranno
L'Arte

Considereranno Il Loro Fallimento
Come Creatori
Solo Come Un Fallimento
Del Mondo

Non Essendo In Grado Di Amare Pienamente
CREDERANNO Il Tuo Amore
Incompleto

E POI ODIERANNO
TE

E Il Loro Odio Sarà Perfetto
Come Un Diamante Splendente

Come Un Coltello

Come Una Montagna

COME UNA TIGRE

COME Cicuta

La Loro ARTE
Più Raffinata.








Epilogo (a John Fante)



Fante che se n’è andato a Hollywood,
Fante su un campo di golf,
Fante al tavolo da gioco,
Fante in una casa a Malibu,
Fante amico di William
Saroyan.
Ma Fante il ricordo più bello
che ho di te
era negli anni ‘30
quando vivevi in quell’albergo vicino
all’Angel’s Flight
e lottavi per essere uno scrittore,
inviando racconti e lettere
a Mencken.
a quei tempi
ti veniva fuori
l’urlo dallo stomaco.
e io lo sentivo.
lo sento ancora adesso.
e mi rifiuto di immaginarti
su un campo di golf
o a Hollywood.
ma questo non è importante
adesso che sei morto
però il fatto che tu fossi un grande scrittore
quello resta
e insieme il modo in cui mi hai aiutato
a mettere le parole
sulla carta
come volevo io.
sono felice di averi incontrato alla fine
anche se stavi
morendo
e mi ricordo quando
ti ho domandato
"senti, John, come cavolo
gli è andata a quella ragazza
messicana
di Ask the Dust?"
e tu mi hai risposto
"si è scoperto che era
una dannata
lesbica!"
e poi è entrata l’infermiera
con delle grosse
pillole bianche
per te.








Funerale di uno scrittore



c'era una frana sulla
Pacific Coast Highway e ci hanno fatto fare una
deviazione fin su alle colline di Malibu
e c'era un gran traffico e faceva caldo, e poi
ci siamo persi.
ma ho intravisto un carro funebre e ho detto: "ecco
il carro funebre, seguiamolo", e la mia donna ha detto:
"quello non è il carro funebre", e io ho detto: "sì, è il
nostro carro funebre".
il carro funebre ha girato a sinistra e io l'ho seguito
mentre si arrampicava per una
stradina sterrata, fino a quando non ha accostato e io
ho pensato: "si è perso pure lui". c’era un camioncino parcheggiato lì
e un signore che vendeva fragole
e io mi sono fermato
e ho chiesto
dov’era la chiesa e lui mi ha dato le indicazioni
e la mia donna ha detto al tizio delle fragole: "al ritorno
passiamo a comprare un po’ di fragole". poi ho fatto
inversione e il carro funebre si è rimesso in moto
e ci siamo avviati uno dietro l’altro
fino a quando non siamo arrivati alla
chiesa.

eravamo lì
per il funerale di un grand'uomo
ma
il gruppo era sparuto: la
famiglia, un paio di vecchi amici sceneggiatori,
e altre due o tre persone. abbiamo
detto due parole ai parenti e alla moglie del defunto
e poi siamo entrati e la messa è cominciata e il
prete non era niente di che ma uno dei figli del grand'uomo
ha fatto un bel discorso, e poi è finito tutto
ed eccoci di nuovo fuori, in macchina,
di nuovo dietro al carro funebre, giù per la stessa stradina
ripida
e di nuovo davanti al camioncino delle fragole, e la mia
donna ha detto: "non fermiamoci per le fragole",
e mentre proseguivamo verso il cimitero, ho pensato:
Fante, sei stato uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi
e questo è un giorno triste.
alla fine, eccoci al cimitero; il prete
ha detto qualcosa ed è tutto finito.
sono andato dalla vedova che se ne stava lì seduta tutta pallida
e bella e piuttosto solitaria su una sedia pieghevole di metallo.
"Hank", mi ha detto, "è difficile", e ho provato inutilmente
a dire qualcosa che le fosse di conforto.

allora ce ne siamo andati, lasciandola lì, e
io stavo proprio male.

ho chiesto a un amico di riaccompagnare la mia ragazza in
città e me ne sono andato all'ippodromo. sono arrivato
giusto in tempo per la prima corsa, e mentre giocavo la mia
scommessa l'impiegato mi guardava strano e mi ha detto
"Gesù, Hank, come mai porti la cravatta?"









Auto-Invitati

E va bene, mettimi le mutande al contrario, telefona in Cina,
fai volar via gli uccelli,
compra un quadro di una colomba rossa e ricordati
di Herbert Hoover.
quel che cerco di dire è che 6 delle ultime
8 sere abbiamo avuto ospiti, tutti auto-invitati,
e come dice mia moglie:"non vogliamo farli restar male".
sicchè ci sediamo e li ascoltiamo, certuni famosi
e certuni mica tanto, certuni piuttosto svegli
e divertenti, certuni mica tanto
ma finisce tutto in chiacchiera, chiacchiera, chiacchiera,
parole, parole, parole, un garbato mulinello di suoni
che rivela innanzi tutto solitudine: in un modo o nell'altro
chiedono tutti di essere accettati,
di essere ascoltati, e ciò è comprensibile,
ma io sono uno di quelli che preferirebbe
starsene tranquillo a casa con la moglie e i suoi 6 gatti
(o di sopra da solo a fare niente).
l'impressione è che sia un egoista
e mi senta sminuito dalla gente
ma non ho l'impressione che loro
si sentano vuoti, ho l'impressione
che li diletti il movimento
delle loro bocche.
e quando se ne vanno quasi tutti accennano
a un'altra visitina.
mia moglie è carina, li saluta con calore,
ha un cuore d'oro, così d'oro che quando, che so,
andiamo al ristorante e scegliamo un tavolo
lei prende il posto da cui si può "veder la gente"
e io quello da cui non è possibile.
d'accordo, sono un figlio del demonio;
l'inera umanità mi annoia e no, non è
paura, sebbene qualcosa in loro mi spaventi,
e non è invidia perché non voglio nulla
di ciò che loro vogliono, è solo che
in tutte quelle ore di
parole parole parole
non sento niente di davvero buono coraggioso o nobile,
e che valga un briciolo del tempo in cui mi hanno impallinato
le cervella.
Te lo ricordi quando avevi l'abitudine di buttarli fuori
dalla porta invece di fargli scaricar le batterie
sui tuoi divani,
quei tipi malinconici sempre a caccia di compagnia,
e ti vergogni di te stesso per esserti arreso
alle loro insane fesserie
ma altrimenti tua moglie direbbe:
"pensi di essere forse l'unico essere umano
sulla terra?"
Vedete, ecco come il diavolo
mi acchiappa.
Perciò io ascolto e loro si sentiranno
realizzati.


fonte:http://bukowski.iobloggo.com/







Una poesia è una città"




Una poesia è una città piena di strade e tombini
piena di santi, eroi, mendicanti, pazzi,
piena di banalità e di roba da bere,
piena di pioggia e di tuono e di periodi
di siccità, una poesia è una città in guerra,
una poesia è una città che chiede a una pendola perché,
una poesia è una città che brucia,
una poesia è una città sotto le cannonate
le sue sale da barbiere piene di cinici ubriaconi,
una poesia è una città dove Dio cavalca nudo
per le strade come Lady Godiva,
dove i cani latrano di notte, e fanno scappare
la bandiera; una poesia è una città di poeti,
per lo più similissimi tra loro
e invidiosi e pieni di rancore...
una poesia è questa città adesso,
50 miglia dal nulla,
le 9,09 del mattino,
il gusto di liquore e delle sigarette,
né poliziotti né innamorati che passeggiano per le strade,
questa poesia, questa città, che serra le sue porte,
barricata, quasi vuota,
luttuosa senza lacrime, invecchiata senza pietà,
i monti di roccia dura,
l'oceano come una fiamma di lavanda,
una luna priva di grandezza,
una musichetta da finestre rotte...

una poesia è una città, una poesia è una nazione,
una poesia è il mondo...

e ora metto questo sotto vetro
perché lo veda il pazzo direttore,
e la notte è altrove
e signore grigiastre stanno in fila,
un cane segue l'altro fino all'estuario,
le trombe annunciano la forca
mentre piccoli uomini vaneggiano di cose che non possono fare.



fonte:http://www.whoopy.it/poesie.asp



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Beldanubioblu



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MessaggioInviato: Lun Mag 01, 2006 6:53 pm    Oggetto: Rispondi citando




Il cuore che ride

la tua vita è la tua vita.
non lasciare che le batoste la sbattano nella cantina dell'arrendevolezza.
stai in guardia.
ci sono delle uscite.
da qualche parte c'è luce.
forse non sarà una gran luce ma la vince sulle tenebre.
stai in guardia.
gli dei ti offriranno delle occasioni.
riconoscile, afferrale.
non puoi sconfiggere la morte ma puoi sconfiggere la morte in vita, qualche volta.
e più impari a farlo di frequente, più luce ci sarà.
la tua vita è la tua vita.
sappilo finché ce l'hai.
tu sei meraviglioso gli dei aspettano di compiacersi in te.









la tragedia delle foglie



mi destai alla siccità e le felci erano morte,
le piante in vaso gialle come grano;
la mia donna era sparita
e i cadaveri dissanguati delle bottiglie vuote
mi cingevano con la loro inutilità;
c'era ancora un bel sole, però,
e il biglietto della padrona ardeva d'un giallo caldo
e senza pretese; ora quello che ci voleva
era un buon attore, all'antica, un burlone capace di scherzare
sull'assurdità del dolore; il dolore è assurdo
perché esiste, solo per questo;
sbarbai accuratamente con un vecchio rasoio
l'uomo che un tempo era stato giovane e,
così dicevano, geniale; ma
questa è la tragedia delle foglie,
le felci morte, le piante morte;
ed entrai in una sala buia
dove stava la padrona di casa
insultante e ultimativa,
mandandomi all'inferno,
mulinando i braccioni sudati
e strillando
strillando che voleva i soldi dell'affitto
perché il mondo ci aveva tradito
tutt'e due.







l'uccello



con gli occhi rossi e stordito come me
l'uccellogiunse in volo
dal lontano Egitto
alle 5 del mattino,
e Maria quasi inciampò sui tacchi a spillo:
cos'era, un razzo?
e andammo di sopra.
riempii due bicchieri di porto
e aspettammo che le campane
stanassero gli sgobboni dai loro miserabili nidi
poi Maria andò dentro ad annaffiare
il vaso
e io rimasi là seduto a strofinarmi la barba di tre giorni
pensando a quel matto di un uccello
e questo è il risultato:
tutto ciò che davvero contava
era andare in qualche posto
quanto più in fretta tanto meglio era
perché restava meno da aspettare
per morire. Maria uscì
e tirò giù le coperte
e io mi tolsi il vestito macchiato
m'infilai sotto le lenzuola sudate,
chiudendo gli occhi al suono e alla luce,
e la sentii sfilarsi i tacchi aguzzi
e i suoi piedi gelati mi calcarono i polpacci
e io battezzai quell'uccello
Mr. America
e poi rapido mi addormentai.









Una sfida alle tenebre




colpito in un occhio
colpito nel cervello
colpito nel culo
colpito come un fiore nella danza

meravigliandomi per come la morte vinca senza fatica
meravigliandomi per come si presti fede a stupide forme di vita
meravigliandomi per come il riso venga soffocato
meravigliandomi per come il vizio sia così una costante

presto dovrò dichiarare la mia guerra alla loro guerra
devo aggrapparmi al mio ultimo pezzo di terra
devo proteggere il piccolo spazio che ho creato e che mi ha
permesso di vivere

la mia vita non la loro morte
la mia morte non la loro morte

questo posto, questo tempo, adesso
faccio voto al sole
che ancora una volta riderò di cuore
nel luogo a me perfetto
per sempre.

la loro morte non la mia vita.









Farcela.




umidità antimeridiana Ade applaude con l'herpes sulle mani c'e'
una donna che canta alla radio, la sua voce si arrampica tra le
pieghe di fumo, il mio vino sbuffa...
è ora di star sola, canta la donna tu non sei
mio e mi fa stare tanto male,
essere io proprio io...
macchine per la strada, le sento, è come un mare distante
infangato di gente
e dietro l'altra spalla, lontano sulla Settima strada
vicino a Western Island
l'ospedale, l'indirizzo dell'agonia -
lenzuola padelle braccia teste
esalazioni;
tutto così soavemente atroce, ininterrotto e
soavemente atroce: l'arte di estinguersi: la vita mangia
la vita...
una volta ho sognato un serpente che si inghiottiva la
coda, inghiottiva e inghiottiva finché
è arrivato a metà dell' anello, si è fermato e
è rimasto così,farcito di sé
stesso, bella fregatura.
non abbiamo nient' altro che noi stessi per tirare avanti, ma può
bastare...
scendo a prendere un'altra bottiglia, accendo la
tivù è c'e' Gregory Peck che fa finta di essere
F.Scott ed è tutto agitato stà leggendo il suo
manoscritto a una signora
la
spengo.
ma che scrittore è? uno che legge le sue pagine a
una signora? un sacrilegio bello e buono...
torno su e i miei due gatti mi vengono dietro, sono
tipi in gamba, mai uno screzio fra noi, mai una
lite, musica sempre in comune, mai dato il nostro voto a un
presidente.
uno dei due, quello grosso, salta sullo schienale
della sedia, mi si strofina sulle spalle sul
collo.
"niente da fare", gli dico, "non ho intenzione
di leggerti questa
poesia"
lui salta sul pavimento esce sul
terrazzino e il suo socio
gli va dietro.
tutti e due seduti a guardare la notte; ecco
quel che si dice avere la testa a posto.
alla mattina prestissimo, quando tutti o quasi
dormono, cimicette notturne, robine con le ali
entrano in casa, vorticano piroettano.
la macchina da scrivere elettroronza, ho
aperto la bottiglia nuova, l'ho assaggiata batto un altro
verso. leggetelo
pure alla vostra signora , capace che vi dica:
fregnacce. capace che stia
leggendo Tenera è la notte.








Zero



seduto a guardare la lancetta del TIMEX che gira e rigira e
rigira...
difficile che questa qui diventi una notte da ricordare
seduto a stanarmi punti neri dietro al collo
mentre gli altri si infilano nelle lenzuola insieme a una gnocca
[bollente
io mi guardo dentro e trovo il vuoto totale.
sono rimasto senza sigarette e non ho nemmeno una pistola
[sfoderare
l'unica cosa che ho è questo blocco dello scrittore.
la lancetta del TIMEX continua a girare e
rigirare...
ho sempre voluto essere uno scrittore
adesso sono uno scrittore che non riesce a scrivere.
potrei scendere a guardare i programmi notturni alla tivù con mia
[moglie
mi chiederà com' è andata
farò un gesto qualsiasi con la mano
mi piazzerò vicino a lei
e guarderò gli omini di vetro fallire
come ho fallito io.
adesso scendo giù per le scale
che scena:
un uomo vuoto che sta attento a non inciampare e sbattere la testa
vuota.






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