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Pier Paolo Pasolini

 
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Beldanubioblu



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MessaggioInviato: Dom Apr 30, 2006 3:03 pm    Oggetto: Pier Paolo Pasolini Rispondi citando










Pier Paolo Pasolini




Pier Paolo Pasolini nasce il 5 marzo del 1922 a Bologna. Primogenito di Carlo Alberto Pasolini, tenente di fanteria, e di Susanna Colussi, maestra elementare. Il padre, di vecchia famiglia ravennate, di cui ha dissipato il patrimonio sposa Susanna nel dicembre del 1921 a Casarsa. Dopodiche' gli sposi si trasferiscono a Bologna.

Lo stesso Pasolini dirÓ di se stesso: "Sono nato in una famiglia tipicamente rappresentativa della societa' italiana: un vero prodotto dell'incrocio... Un prodotto dell'unita' d'Italia. Mio padre discendeva da un'antica famiglia nobile della Romagna, mia madre, al contrario, viene da una famiglia di contadini friulani che si sono a poco a poco innalzati, col tempo, alla condizione piccolo-borghese. Dalla parte di mio nonno materno erano del ramo della distilleria. La madre di mia madre era piemontese, cio' non le impedi' affatto di avere egualmente legami con la Sicilia e la regione di Roma"

Nel 1925, a Belluno, nasce il secondogenito, Guido. Visti i numerosi spostamenti, l'unico punto di riferimento della famiglia Pasolini rimane Casarsa. Pier Paolo vive con la madre un rapporto di simbiosi, mentre si accentuano i contrasti col padre. Guido invece vive in una sorta di venerazione per lui, ammirazione che lo accompagnerÓ fino al giorno della sua morte.
Nel 1928 Ŕ l'esordio poetico: Pier Paolo annota su un quadernetto una serie di poesie accompagnate da disegni. Il quadernetto, a cui ne seguirono altri, andrÓ perduto nel periodo bellico.

Ottiene il passaggio dalle elementari al ginnasio che frequenta a Conegliano. Negli anni del liceo dÓ vita, insieme a Luciano Serra, Franco Farolfi, Ermes Parini e Fabio Mauri, ad un gruppo letterario per la discussione di poesie.

Conclude gli studi liceali e, a soli 17 anni si iscrive all'UniversitÓ di Bologna, facoltÓ di lettere. Collabora a "Il Setaccio", il periodico del GIL bolognese e in questo periodo scrive poesie in friulano e in italiano, che saranno raccolte in un primo volume, "Poesie a Casarsa".
Partecipa inoltre alla realizzazione di un'altra rivista, "Stroligut", con altri amici letterati friulani, con i quali crea l' "Academiuta di lenga frulana".

L'uso del dialetto rappresenta in qualche modo un tentativo di privare la Chiesa dell'egemonia culturale sulle masse. Pasolini tenta appunto di portare anche a sinistra un approfondimento, in senso dialettale, della cultura.

Scoppia la seconda guerra mondiale, periodo estremamente difficile per lui, come si intuisce dalle sue lettere. Viene arruolato sotto le armi a Livorno, nel 1943 ma, all'indomani dell'8 settembre disobbedisce all'ordine di consegnare le armi ai tedeschi e fugge. Dopo vari spostamenti in Italia torna a Casarsa. La famiglia Pasolini decide di recarsi a Versuta, al di lÓ del Tagliamento, luogo meno esposto ai bombardamenti alleati e agli assedi tedeschi. Qui insegna ai ragazzi dei primi anni del ginnasio. Ma l'avvenimento che segnerÓ quegli anni e' la morte del fratello Guido, aggregatosi alla divisione partigiana "Osoppo".

Nel febbraio del 1945 Guido venne massacrato, insieme al comando della divisione osavana presso le malghe di Porzus: un centinaio di garibaldini si era avvicinata fingendosi degli sbandati, catturando in seguito quelli della Osoppo e passandoli per le armi. Guido, seppure ferito, riesce a fuggire e viene ospitato da una contadina. Viene trovato dai garibaldini, trascinato fuori e massacrato. La famiglia Pasolini saprÓ della morte e delle circostanze solo a conflitto terminato. La morte di Guido avrÓ effetti devastanti per la famiglia Pasolini, soprattutto per la madre, distrutta dal dolore. Il rapporto tra Pier Paolo e la madre diviene cosý ancora pi¨ stretto, anche a causa del ritorno del padre dalla prigionia in Kenia:

Nel 1945 Pasolini si laurea discutendo una tesi intitolata "Antologia della lirica pascoliniana (introduzione e commenti) e si stabilisce definitivamente in Friuli. Qui trova lavoro come insegnante in una scuola media di Valvassone, in provincia di Udine.

In questi anni comincia la sua militanza politica. Nel 1947 si avvicina al PCI, cominciando la collaborazione al settimanale del partito "Lotta e lavoro". Diventa segretario della sezione di San Giovanni di Casarsa, ma non viene visto di buon occhio nel partito e, soprattutto, dagli intellettuali comunisti friulani. Le ragioni del contrasto sono linguistiche. Gli intellettuali "organici" scrivono servendosi della lingua del novecento, mentre Pasolini scrive con la lingua del popolo senza fra l'altro cimentarsi per forza in soggetti politici. Agli occhi di molti tutto ci˛ risulta inammisibile: molti comunisti vedono in lui un sospetto disinteresse per il realismo socialista, un certo cosmopolitismo, e un'eccessiva attenzione per la cultura borghese.

Questo, di fatto, Ŕ l'unico periodo in cui Pasolini si sia impegnato attivamente nella lotta politica, anni in cui scriveva e disegnava manifesti di denuncia contro il costituito potere demoscristiano.

Il 15 ottobre del 1949 viene segnalato ai Carabinieri di Cordovado per corruzione di minorenne avvenuta, secondo l'accusa nella frazione di Ramuscello: Ŕ l'inizio di una delicata ed umiliante trafila giudiziaria che cambierÓ per sempre la sua vita. Dopo questo processo molti altri ne seguirono, ma Ŕ lecito pensare che se non vi fosse stato questo primo procedimento gli altri non sarebbero seguiti.

E' un periodo di contrapposizioni molto aspre tra la sinistra e la DC, e Pasolini, per la sua posizione di intellettuale comunista e anticlericale rappresenta un bersaglio ideale. La denuncia per i fatti di Ramuscello viene ripresa sia dalla destra che dalla sinistra: prima ancora che si svolga il processo, il 26 ottobre 1949.

Pasolini si trova proiettato nel giro di qualche giorno in un baratro apparentemente senza uscita. La risonanza a Casarsa dei fatti di Ramuscello avra' una vasta eco. Davanti ai carabinieri cerca di giustificare quei fatti, intrinsecamente confermando le accuse, come un'esperienza eccezionale, una sorta di sbandamento intellettuale: ci˛ non fa che peggiorare la sua posizione: espulso dal PCI, perde il posto di insegnante, e si incrina momentaneamente il rapporto con la madre. Decide allora di fuggire da Casarsa, dal suo Friuli spesso mitizzato e insieme alla madre si trasferisce a Roma.

I primi anni romani sono dificilissimi, proiettato in una realtÓ del tutto nuova e inedita quale quella delle borgate romane. Sono tempi d'insicurezza, di povertÓ, di solitudine.

Pasolini, piuttosto che chiedere aiuto ai letterati che conosce, cerca di trovarsi un lavoro da solo. Tenta la strada del cinema, ottenendo la parte di generico a CinecittÓ, fa il correttore di bozze e vende i suoi libri nelle bancarelle rionali.

Finalmente, grazie al poeta il lingua abbruzzese Vittori Clemente trova lavoro come insegnante in una scuola di Ciampino.

Sono gli anni in cui, nelle sue opere letterarie, trasferisce la mitizzazione delle campagne friulane nella cornice disordinata della borgate romane, viste come centro della storia, da cui prende spunto un doloroso processo di crescita. Nasce insomma il mito del sottoproletariato romano.

Prepara le antologie sulla poesia dialettale; collabora a "Paragone", una rivista di Anna Banti e Roberto Longhi. Proprio su "Paragone", pubblica la prima versione del primo capitolo di "Ragazzi di vita".

Angioletti lo chiama a far parte della sezione letteraria del giornale radio, accanto a Carlo Emilio Gadda, Leone Piccioni e Giulio Cartaneo. Sono definitivamente alle spalle i difficili primi anni romani. Nel 1954 abbandona l'insegnamento e si stabilisce a Monteverde Vecchio. Pubblica il suo primo importante volume di poesie dialettali: "La meglio gioventu'".

Nel 1955 viene pubblicato da Garzanti il romanzo "Ragazzi di vita", che ottiene un vasto successo, sia di critica che di lettori. Il giudizio della cultura ufficiale della sinistra, e in particolare del PCI, Ŕ per˛ in gran parte negativo. Il libro viene definito intriso di "gusto morboso, dello sporco, dell'abbietto, dello scomposto, del torbido.."

La Presidenza del Consiglio (nella persona dell'allora ministro degli interni, Tambroni) promuove un'azione giudiziaria contro Pasolini e Livio Garzanti. Il processo da' luogo all'assoluzione "perche' il fatto non costituisce reato". Il libro, per un anno tolto alle librerie, viene dissequestrato. Pasolini diventa per˛ uno dei bersagli preferiti dai giornali di cronaca nera; viene accusato di reati al limite del grottesco: favoreggiamento per rissa e furto; rapina a mano armata ai danni di un bar limitrofo a un distributore di benzina a S. Felice Circeo.
La passione per il cinema lo tiene comunque molto impegnato. Nel 1957, insieme a Sergio Citti, collabora al film di Fellini, "Le notti di Cabiria", stendendone i dialoghi nella parlata romana, poi firme sceneggiature insieme a Bolognini, Rosi, Vancini e Lizzani, col quale esordisce come attore nel film "Il gobbo" del 1960.
In quegli anni collabora anche alla rivista "Officina" accanto a Leonetti, Roversi, Fortini, Romano', Scalia. Nel 1957 pubblica i poemetti "Le ceneri di Gramsci" per Garzanti e, l'anno successivo, per Longanesi, "L'usignolo della Chiesa cattolica". Nel 1960 Garzanti pubblica i saggi "Passione e ideologia", e nel 1961 un altro volume in versi "La religione del mio tempo".

Nel 1961 realizza il suo primo film da regista e soggettista, "Accattone". Il film viene vietato ai minori di anni diciotto e suscita non poche polemiche alla XXII mostra del cinema di Venezia. Nel 1962 dirige "Mamma Roma". Nel 1963 l'episodio "La ricotta" (inserito nel film a pi¨ mani "RoGoPaG"), viene sequestrato e Pasolini e' imputato per reato di vilipendio alla religione dello Stato. Nel '64 dirige "Il vangelo secondo Matteo"; nel '65 "Uccellacci e Uccellini"; nel '67 "Edipo re"; nel '68 "Teorema"; nel '69 "Porcile"; nel '70 "Medea"; tra il '70 e il '74 la triologia della vita, o del sesso, ovvero "Il Decameron", "I racconti di Canterbury" e "Il fiore delle mille e una notte"; per concludere col suo ultimo "Salo' o le 120 giornate di Sodoma" nel 1975.

Il cinema lo porta a intraprendere numerosi viaggi all'estero: nel 1961 e', con Elsa Morante e Moravia, in India; nel 1962 in Sudan e Kenia; nel 1963 in Ghana, Nigeria, Guinea, Israele e Giordania (da cui trarrÓ un documentario dal titolo "Sopralluoghi in Palestina").

Nel 1966, in occasione della presentazione di "Accattone" e "Mamma Roma" al festival di New York, compie il suo primo viaggio negli Stati Uniti; rimane molto colpito, soprattutto da New York. Nel 1968 e' di nuovo in India per girare un documentario. Nel 1970 torna in Africa: in Uganda e Tanzania, da cui trarrÓ il documentario "Appunti per un'Orestiade africana".

Nel 1972, presso Garzanti, pubblica i suoi interventi critici, soprattutto di critica cinematografica, nel volume "Empirismo eretico".
Essendo ormai i pieni anni settanta, non bisogna dimenticare il clima che si respirava in quegli anni, ossia quello della contestazione studentesca. Pasolini assume anche in questo caso una posizione originale rispetto al resto della cultura di sinistra. Pur accettando e appoggiando le motivazioni ideologiche degli studenti, ritiene in fondo che questi siano antropologicamente dei borghesi destinati, in quanto tali, a fallire nelle loro aspirazioni rivoluzionarie.

Tornando ai fatti riguardanti la produzione artistica, nel 1968 ritira dalla competizione del Premio Strega il suo romanzo "Teorema" e accetta di partecipare alla XXIX mostra del cinema di Venezia solo dopo che, come gli viene garantito, non ci saranno votazioni e premiazioni. Pasolini Ŕ tra i maggiori sostenitori dell'Associazione Autori Cinematografici che si batte per ottenere l'autogestione della mostra. Il 4 settembre il film "Teorema" viene proiettato per la critica in un clima arroventato. L'autore interviene alla proiezione del film per ribadire che il film Ŕ presente alla Mostra solo per volontÓ del produttore ma, in quanto autore, prega i critici di abbandonare la sala, richiesta che non viene minimamente rispettata. La conseguenza Ŕ che Pasolini si rifiuta di partecipare alla tradizionale conferenza stampa, invitando i giornalisti nel giardino di un albergo per parlare non del film, ma della situazione della Biennale.

Nel 1972 decide di collaborare con i giovani di Lotta Continua, ed insieme ad alcuni di loro, tra cui Bonfanti e Fofi, firma il documentario 12 dicembre. Nel 1973 comincia la sua collaborazione al "Corriere della sera", con interventi critici sui problemi del paese. Presso Garzanti, pubblica la raccolta di interventi critici "Scritti corsari", e ripropone le poesia friulana in una forma del tutto peculiare sotto il titolo di "La nuova gioventu'".

La mattina del 2 novembre 1975, sul litorale romane ad Ostia, in un campo incolto in via dell'idroscalo, una donna, Maria Teresa Lollobrigida, scopre il cadavere di un uomo. SarÓ Ninetto Davoli a riconoscere il corpo di Pier Paolo Pasolini. Nella notte i carabinieri fermano un giovane, Giuseppe Pelosi, detto "Pino la rana" alla guida di una Giulietta 2000 che risulterÓ di proprietÓ proprio di Pasolini. Il ragazzo, interrogato dai carabinieri, e di fronte all'evidenza dei fatti, confessa l'omicidio. Racconta di aver incontrato lo scrittore presso la Stazione Termini, e dopo una cena in un ristorante, di aver raggiunto il luogo del ritrovamento del cadavere; lý, secondo la versione di Pelosi, il poeta avrebbe tentato un approccio sessuale, e vistosi respinto, avrebbe reagito violentemente: da qui, la reazione del ragazzo.

Il processo che ne segue porta alla luce retroscena inquietanti. Si paventa da diverse parti il concorso di altri nell'omicidio ma purtroppo non vi sarÓ arriverÓ mai ad accertare con chiarezza la dinamica dell'omicidio. Piero Pelosi viene condannato, unico colpevole, per la morte di Pasolini.

Il corpo di Pasolini Ŕ sepolto a Casarsa.






AFORISMI


źPer essere poeti, bisogna avere molto tempo.╗

źNel quartiere borghese c'Ŕ la pace di cui ognuno dentro si contenta, anche vilmente, e di cui vorrebbe piena di ogni sera l'esistenza.╗








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Il sole non ti serve per vedere perchŔ tu luce sei in mezzo al buio...(Lucia Di Iulio)


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MessaggioInviato: Lun Giu 26, 2006 10:31 pm    Oggetto: Rispondi citando




Pioggia sui confini


Giovinetto, piove il Cielo
sui focolari del tuo paese,
sul tuo viso di rosa e miele,
nuvoloso nasce il mese.

Il sole scuro di fumo,
sotto i rami del gelseto,
ti brucia e sui confini,
tu solo, canti i morti.

Giovinetto, ride il Cielo
sui balconi del tuo paese,
sul tuo viso di sangue e fiele,
rasserenato muore il mese.





O me giovinetto

O me giovinetto! Nasco
nell'odore che la pioggia
sospira dai prati
di erba vivaů Nasco
nello specchio della roggia.

In quello specchio Casarsa
- come i prati di rugiada -;
trema di tempo antico.
LÓ sotto io vivo di pietÓ,
lontano fanciullo peccatore,

in un riso sconsolato.
O me giovinetto, serena
la sera tinge l'ombra
sui vecchi muri: in cielo
la luce acceca.





Danza di Narciso
Io sono una viola e un ontano,
lo scuro e il pallido nella carne.

Spio col mio occhio allegro
l'ontano del mio petto amaro
e dei miei ricci che splendono pigri
nel sole della riva.

Io sono una viola e un ontano,
il nero e il rosa nella carne.

E guardo la viola che splende
greve e tenera nel chiaro
della mia cera di velluto
sotto l'ombra di un gelso.

Io sono una viola e un ontano,
il secco e il morbido nella carne.

La viola contorce il suo lume
sui fianchi duri dell'ontano,
e si specchiano nell'azzurro fumo
dell'acqua del mio cuore avaro.

Io sono una viola e un ontano,
il freddo e il tiepido nella carne.





Il giorno della mia morte



In una cittÓ, Trieste o Udine,
per un viale di tigli,
quando di primavera
le foglie mutano colore,
io cadr˛ morto
sotto il sole che arde,
biondo e alto,
e chiuder˛ le ciglia
lasciando il cielo al suo splendore.

Sotto un tiglio tiepido di verde,
cadr˛ nel nero
della mia morte che disperde
i tigli e il sole.
I bei giovinetti
correranno in quella luce
che ho appena perduto,
volando fuori dalle scuole,
coi ricci sulla fronte.

Io sar˛ ancora giovane,
con una camicia chiara,
e coi dolci capelli che piovono
sull'amara polvere.
Sar˛ ancora caldo,
e un fanciullo correndo per l'asfalto
tiepido del viale,
mi poserÓ una mano
sul grembo di cristallo.




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MessaggioInviato: Ven Gen 18, 2008 2:17 am    Oggetto: Rispondi citando

Supplica a mia madre


E' difficile dire con parole di figlio
ci˛ a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ci˛ che Ŕ stato sempre, prima d'ogni altro amore.

Per questo devo dirti ci˛ ch'Ŕ orrendo conoscere:
Ŕ dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo Ŕ dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame
d'amore, dell'amore di corpi senza anima.

PerchÚ l'anima Ŕ in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore Ŕ la mia schiavit¨:

ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l'unico modo per sentire la vita,
l'unica tinta, l'unica forma: ora Ŕ finita.

Sopravviviamo: ed Ŕ la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprileů



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MessaggioInviato: Mer Set 24, 2008 3:35 pm    Oggetto: Rispondi citando



Poesie a Casarsa
(1941-43)

Casarsa

Dedica.
Fontana di aga dal me paÝs.
A no Ŕ aga pÝ fres-cia che tal me paÝs.
Fontana di rustic am˛ur.


(Dedica.
Fontana d'acqua del mio paese.
Non c'Ŕ acqua pi¨ fresca che nel mio paese.
Fontana di rustico amore. )





Il nini muÓrt

Sera imbarlumida, tal fossÓl
a cres l'aga, na fŔmina plena
a ciamina pal ciamp.

Jo ti recuardi, NarcÝs, ti vŔvis il col˛ur
da la sera, quand li ciampanis
a s˙nin di muÓrt.


(Il fanciullo morto....Sera luminosa, nel fosso
cresce l'acqua, una donna incinta
cammina per il campo.

Io ti ricordo, Narciso, avevi il colore
della sera, quando le campane
suonano a morto. )






Ploja tai cunfÝns

Fantass˙t, al pl˛uf il SŔil
tai spolŔrs dal to paÝs,
tal to vis di rosa e mŔil
pluvisÝn al nas il mŔis.

Il soreli scur di fun
sot li branchis dai morÓrs
al ti brusa e sui cunfÝns
tu i ti ciantis, s˛ul, i muÓrs.

Fantass˙t, al rit il SŔil
tai barc˛ns dal to paÝs,
tal to vis di sanc e fiŔl
serenÓt al m˛ur il mŔis.


(Pioggia sui confini

Giovinetto, piove il Cielo
sui focolari del tuo paese,
sul tuo viso di rosa e miele,
nuvoloso nasce il mese.

Il sole scuro di fumo,
sotto i rami del gelseto,
ti brucia e sui confini,
tu solo, canti i morti.

Giovinetto, ride il Cielo
sui balconi del tuo paese,
sul tuo viso di sangue e fiele,
rasserenato muore il mese. )





Dili

Ti jos, Dili, ta li cassis
a pl˛uf. I cians si scunÝssin
pal plan verd˙t.

Ti jos, nini, tai nustris cuÓrps,
la fres-cia rosada
dal timp pierd˙t.


(Dilio

Vedi, Dilio, sulle acacie
piove. I cani si sfiatano
per il piano verdino.

Vedi, fanciullo, sui nostri corpi
la fresca rugiada
del tempo perduto. )




O me donzel

O me donzel! Jo i nas
ta l'od˛ur che la ploja
a suspira tai pras
di erba viva... I nas
tal spieli da la roja.

In chel spieli Ciasarsa
- coma i pras di rosada -
di timp antic a trima.
LÓ sot, jo i vif di d˛ul,
lontÓn frut peciad˛ur,

ta un ridi scunfuartÓt.
O me donzel, serena
la sera a tens la ombrena
tai vecius murs: tal sŔil
la lus a imbarlumÝs.


(O me giovinetto

O me giovinetto! Nasco
nell'odore che la pioggia
sospira dai prati
di erba vivaů Nasco
nello specchio della roggia.

In quello specchio Casarsa
&endash; come i prati di rugiada &endash;
trema di tempo antico.
LÓ sotto io vivo di pietÓ,
lontano fanciullo peccatore,

in un riso sconsolato.
O me giovinetto, serena
la sera tinge l'ombra
sui vecchi muri: in cielo
la luce acceca. )





Vuei a Ŕ DomŔnia,
doman a si m˛ur,
vuei mis vistÝs
di seda e di am˛ur.

Vuei a Ŕ DomŔnia,
pai pras cun frescs piŔs
a sÓltin frutÝns
lizŔirs tai scarpŔs.

CiantÓnt al me spieli
ciantÓnt mi petŔni.
Al rit tal me vuli
il DiÓul peciad˛ur.

SunÓit, mes ciampanis,
parÓilu indav˛ur!
SunÓn, ma se i vuÓrditu
ciantÓnt tai to pras?"

I vuardi il soreli
di muartis estÓs,
i vuardi la ploja
li fuŔjs, i gris.

I vuardi il me cuÓrp
di quan'ch'i eri frut,
li tristis DomŔniis,
il vivi pierd˙t.

"Vuei ti vistÝssin
la seda e l'am˛ur,
vuei a Ŕ DomŔnia
domÓn a si m˛ur".


(Oggi Ŕ Domenica,

domani si muore,
oggi mi vesto
di seta e d'amore.

Oggi Ŕ Domenica,
pei prati con freschi piedi
saltano i fanciulli
leggeri negli scarpetti.

Cantando al mio specchio,
cantando mi pettino.
Ride nel mio occhio
il Diavolo peccatore.

Suonate, mie campane,
cacciatelo indietro!
"Suoniamo, ma tu cosa guardi
cantando nei tuoi prati?"

Guardo il sole
di morte estati,
guardo la pioggia,
le foglie, i grilli.

Guardo il mio corpo
di quando ero fanciullo,
le tristi Domeniche,
il vivere perduto.

"Oggi ti vestono
la seta e l'amore,
oggi Ŕ Domenica,
domani si muore". )





Tornant al paÝs

Fantassuta, se i fatu
sblanciada dongia il f˛uc,
coma una plantuta
svampida tal tram˛nt,
"Jo i impiji vecius stecs
e il fun al svuala scur
disÝnt che tal me mond
il vivi al Ŕ sig˙r".
Ma a chel f˛uc ch'al nulÝs
a mi mancia il rispÝr,
e i vorŔs essi il vint
ch'al m˛ur tal paÝs.


(Tornando al paese

Giovinetta, cosa fai
sbiancata presso il fuoco,
come una pianticina
che sfuma nel tramonto?
"Io accendo vecchi sterpi,
e il fumo vola oscuro,
a dire che nel mio mondo
il vivere Ŕ sicuro".
Ma a quel fuoco che profuma
mi manca il respiro,
e vorrei essere il vento
che muore nel paese. )




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MessaggioInviato: Mer Set 24, 2008 3:44 pm    Oggetto: Rispondi citando




Ciant da li ciampanis

Co la sera a si piŔrt ta li fontanis
il me paÝs al Ŕ col˛ur smarÝt.

Jo i soi lontÓn, recuardi li so ranis,
la luna, il trist tintinulÓ dai gris.

A bat Rosari, pai pras al si scunÝs:
jo i soj muÓrt al ciant da li ciampanis.

ForŔst, al me dols svualÓ par il plan,
no ciapÓ p˛ura: jo i soj un spirt di am˛ur

che al so paÝs al torna di lontÓn.



(Canto delle campane

Quando la sera si perde nelle fontane,
il mio paese Ŕ di colore smarrito.

Io sono lontano, ricordo le sue rane,
la luna, il triste tremolare dei grilli.

Suona Rosario, e si sfiata per i prati:
io sono morto al canto delle campane.

Straniero, al mio dolce volo per il piano,
non aver paura: io sono uno spirito d'amore,

che al suo paese torna di lontano. )





Dansa di NarcÝs


Jo i soj na viola e un aunÓr,
il scur e il pÓlit ta la ciar.

I olmi cu'l me vuli legri
l'aunÓr dal me stomi amÓr
e dai me ris ch'a lusin pegris
in tal soreli dal seÓl.

Jo i soj na viola e un aunÓr,
il neri e il rosa ta la ciar.

E i vuardi la viola ch'a lus
greva e dolisiosa tal clar
da la me siera di vil˙t
sot da l'ombrena di un morÓr.

Jo i soj na viola e un aunÓr,
il sec e il m˛rbit ta la ciar

La viola a intorgolŔa il so lun
tÝnar tai flancs durs da l'aunÓr
e a si spiŔglin ta l'az˙r fun
da l'aga dal me c˛ur avÓr.

Jo i soj na viola e un aunÓr,
il frŔit e il clÝpit ta la ciar




(Danza di Narciso

Io sono una viola e un ontano,
lo scuro e il pallido nella carne.

Spio col mio occhio allegro
l'ontano del mio petto amaro
e dei miei ricci che splendono pigri
nel sole della riva.

Io sono una viola e un ontano,
il nero e il rosa nella carne.

E guardo la viola che splende
greve e tenera nel chiaro
della mia cera di velluto
sotto l'ombra di un gelso.

Io sono una viola e un ontano,
il secco e il morbido nella carne.

La viola contorce il suo lume
sui fianchi duri dell'ontano,
e si specchiano nell'azzurro fumo
dell'acqua del mio cuore avaro.

Io sono una viola e un ontano,
il freddo e il tiepido nella carne)





Il dÝ da la me muÓrt

Ta na sitÓt, TriŔst o Udin,
ju par un viÓl di tŔjs,
di vierta, quan' ch'a m˙din
il col˛ur li fuŔjs,
i colarÓi muÓrt
sot il soreli ch'al art
biondu e alt
e i sierarÓi li sŔjs,
lassÓnlu lusi, il sŔil.

Sot di un tŔj clÝpid di vert
i colarÓi tal neri
da la me muÓrt ch'a dispiŔrt
i tŔjs e il soreli.
I biŔj zuvin˙s
a corarÓn ta chŔ lus
ch'i Ói pena pierd˙t,
svualÓnt f˛ur da li scuelis
cui ris tal sorneli.

Jo i sarÓi 'ciam˛ z˛vin
cu na blusa clara
e i dols ciaviŔj ch'a pl˛vin
tal p˛lvar amÓr.
SarÓi 'ciam˛ cialt
e un frut curÝnt pal sfalt
clÝpit dal viÓl
mi pojarÓ na man
tal grin di cristÓl.


(Il giorno della mia morte

In una cittÓ, Trieste o Udine,
per un viale di tigli,
quando di primavera
le foglie mutano colore,
io cadr˛ morto
sotto il sole che arde,
biondo e alto,
e chiuder˛ le ciglia
lasciando il cielo al suo splendore.

Sotto un tiglio tiepido di verde,
cadr˛ nel nero
della mia morte che disperde
i tigli e il sole.
I bei giovinetti
correranno in quella luce
che ho appena perduto,
volando fuori dalle scuole,
coi ricci sulla fronte.

Io sar˛ ancora giovane,
con una camicia chiara,
e coi dolci capelli che piovono
sull'amara polvere.
Sar˛ ancora caldo,
e un fanciullo correndo per l'asfalto
tiepido del viale,
mi poserÓ una mano
sul grembo di cristallo. )




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MessaggioInviato: Mer Set 24, 2008 3:55 pm    Oggetto: Rispondi citando




Il canto popolare

Improvviso il mille novecento
cinquanta due passa sull'Italia:
solo il popolo ne ha un sentimento
vero: mai tolto al tempo, non l'abbaglia
la modernitÓ, benchÚ sempre il pi¨
moderno sia esso, il popolo, spanto
in borghi, in rioni, con giovent¨
sempre nuove - nuove al vecchio canto -
a ripetere ingenuo quello che fu.

Scotta il primo sole dolce dell'anno
sopra i portici delle cittadine
di provincia, sui paesi che sanno
ancora di nevi, sulle appenniniche
greggi: nelle vetrine dei capoluoghi
i nuovi colori delle tele, i nuovi
vestiti come in limpidi roghi
dicono quanto oggi si rinnovi
il mondo, che diverse gioie sfoghi...

Ah, noi che viviamo in una sola
generazione ogni generazione
vissuta qui, in queste terre ora
umiliate, non abbiamo nozione
vera di chi Ŕ partecipe alla storia
solo per orale, magica esperienza;
e vive puro, non oltre la memoria
della generazione in cui presenza
della vita Ŕ la sua vita perentoria.

Nella vita che Ŕ vita perchÚ assunta
nella nostra ragione e costruita
per il nostro passaggio - e ora giunta
a essere altra, oltre il nostro accanito
difenderla - aspetta - cantando supino,
accampato nei nostri quartieri
a lui sconosciuti, e pronto fino
dalle pi¨ fresche e inanimate Ŕre -
il popolo: muta in lui l'uomo il destino.

E se ci rivolgiamo a quel passato
ch'Ŕ nostro privilegio, altre fiumane
di popolo ecco cantare: recuperato
Ŕ il nostro moto fin dalle cristiane
origini, ma resta indietro, immobile,
quel canto. Si ripete uguale.
Nelle sere non pi¨ torce ma globi
di luce, e la periferia non pare
altra, non altri i ragazzi nuovi...

Tra gli orti cupi, al pigro solicello
Adalbertos komis kurtis!, i ragazzini
d'Ivrea gridano, e pei valloncelli
di Toscana, con strilli di rondinini:
Hor atorno fratt Helya! La santa
violenza sui rozzi cuori il clero
calca, rozzo, e li asserva a un'infanzia
feroce nel feudo provinciale l'Impero
da Iddio imposto: e il popolo canta.

Un grande concerto di scalpelli
sul Campidoglio, sul nuovo Appennino,
sui Comuni sbiancati dalle Alpi,
suona, giganteggiando il travertino
nel nuovo spazio in cui s'affranca
l'Uomo: e il manovale Dov'andastÓ
jersera... ripete con l'anima spanta
nel suo gotico mondo. Il mondo schiavit¨
resta nel popolo. E il popolo canta.

Apprende il borghese nascente lo ăa ira,
e trepidi nel vento napoleonico,
all'Inno dell'Albero della LibertÓ,
tremano i nuovi colori delle nazioni.
Ma, cane affamato, difende il bracciante
i suoi padroni, ne canta la ferocia,
Guagliune 'e mala vita! in branchi
feroci. La libertÓ non ha voce
per il popolo cane. E il popolo canta.

Ragazzo del popolo che canti,
qui a Rebibbia sulla misera riva
dell'Aniene la nuova canzonetta, vanti
Ŕ vero, cantando, l'antica, la festiva
leggerezza dei semplici. Ma quale
dura certezza tu sollevi insieme
d'imminente riscossa, in mezzo a ignari
tuguri e grattacieli, allegro seme
in cuore al triste mondo popolare.

Nella tua incoscienza Ŕ la coscienza
che in te la storia vuole, questa storia
il cui Uomo non ha pi¨ che la violenza
delle memorie, non la libera memoria...
E ormai, forse, altra scelta non ha
che dare alla sua ansia di giustizia
la forza della tua felicitÓ,
e alla luce di un tempo che inizia
la luce di chi Ŕ ci˛ che non sa.






1952-53



Verso le Terme di Caracalla


Vanno verso le Terme di Caracalla
giovani amici, a cavalcioni
di Rumi o Ducati, con maschile
pudore e maschile impudicizia,
nelle pieghe calde dei calzoni
nascondendo indifferenti, o scoprendo,
il segreto delle loro erezioni...
Con la testa ondulata, il giovanile
colore dei maglioni, essi fendono
la notte, in un carosello
sconclusionato, invadono la notte,
splendidi padroni della notte...

Va verso le Terme di Caracalla,
eretto il busto, come sulle natie
chine appenniniche, fra tratturi
che sanno di bestia secolare e pie
ceneri di berberi paesi - giÓ impuro
sotto il gaglioffo basco impolverato,
e le mani in saccoccia - il pastore
migrato
undicenne, e ora qui, malandrino e
giulivo
nel romano riso, caldo ancora
di salvia rossa, di fico e d'ulivo...

Va verso le Terme di Caracalla,
il vecchio padre di famiglia, disoccupato,
che il feroce Frascati ha ridotto
a una bestia cretina, a un beato,
con nello chassý i ferrivecchi
del suo corpo scassato, a pezzi,

rantolanti: i panni, un sacco,
che contiene una schiena un po' gobba,
due cosce certo piene di croste,
i calzonacci che gli svolazzano sotto
le saccocce della giacca pese
di lordi cartocci. La faccia
ride: sotto le ganasce, gli ossi
masticano parole, scrocchiando:
parla da solo, poi si ferma,
e arrotola il vecchio mozzicone,
carcassa dove tutta la giovinezza,
resta, in fiore, come un focaraccio
dentro una c˛fana o un catino:
non muore chi non Ŕ mai nato.
Vanno verso le Terme di Caracalla






Sesso, consolazione della miseria!



Sesso, consolazione della miseria!
La donna Ŕ una regina, il suo trono
Ŕ un rudere, la sua terra un pezzo
di merdoso prato, il suo scettro
una borsetta di vernice rossa:
abbaia nella notte, sporca e feroce
come un'antica madre: difende
il suo possesso e la sua vita.
I magnaccia, attorno, a frotte,
gonfi e sbattuti, coi loro baffi
brindisi o slavi, sono
capi, reggenti: combinano
nel buio, i loro affari di cento lire,
ammiccando in silenzio, scambiandosi
parole d'ordine: il mondo, escluso, tace
intorno a loro, che se ne sono esclusi,
silenziose carogne di rapaci.

Ma nei rifiuti del mondo, nasce
un nuovo mondo: nascono leggi nuove
dove non c'Ŕ pi¨ legge; nasce un nuovo
onore dove onore Ŕ il disonore...
Nascono potenze e nobiltÓ,
feroci, nei mucchi di tuguri,
nei luoghi sconfinati dove credi
che la cittÓ finisca, e dove invece
ricomincia, nemica, ricomincia
per migliaia di volte, con ponti
e labirinti, cantieri e sterri,
dietro mareggiate di grattacieli,
che coprono interi orizzonti.

Nella facilitÓ dell'amore
il miserabile si sente uomo:
fonda la fiducia nella vita, fino
a disprezzare chi ha altra vita.
I figli si gettano all'avventura
sicuri d'essere in un mondo
che di loro, del loro sesso, ha paura.
La loro pietÓ Ŕ nell'essere spietati,
la loro forza nella leggerezza,
la loro speranza nel non avere speranza.






Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano

Li osservo, questi uomini, educati
ad altra vita che la mia: frutti
d'una storia tanto diversa, e ritrovati,
quasi fratelli, qui, nell'ultima forma
storica di Roma. Li osservo: in tutti
c'Ŕ come l'aria d'un buttero che dorma
armato di coltello: nei loro succhi
vitali, Ŕ disteso un tenebrore intenso,
la papale itterizia del Belli,
non porpora, ma spento peperino,
bilioso cotto. La biancheria, sotto,
fine e sporca; nell'occhio, l'ironia
che trapela il suo umido, rosso,
indecente bruciore. La sera li espone
quasi in romitori, in riserve
fatte di vicoli, muretti, androni
e finestrelle perse nel silenzio.
╚ certo la prima delle loro passioni
il desiderio di ricchezza: sordido
come le loro membra non lavate,
nascosto, e insieme scoperto,
privo di ogni pudore: come senza pudore
Ŕ il rapace che svolazza pregustando
chiotto il boccone, o il lupo, o il ragno;
essi bramano i soldi come zingari,
mercenari, puttane: si lagnano
se non ce n'hanno, usano lusinghe
abbiette per ottenerli, si gloriano
plautinamente se ne hanno le saccocce
piene.
Se lavorano - lavoro di mafiosi
macellari,
ferini lucidatori, invertiti commessi,
tranvieri incarogniti, tisici ambulanti,
manovali buoni come cani - avviene
che abbiano ugualmente un'aria di ladri:
troppa avita furberia in quelle vene...

Sono usciti dal ventre delle loro madri
a ritrovarsi in marciapiedi o in prati
preistorici, e iscritti in un'anagrafe
che da ogni storia li vuole ignorati...
Il loro desiderio di ricchezza
Ŕ, cosý, banditesco, aristocratico.
Simile al mio. Ognuno pensa a sÚ,
a vincere l'angosciosa scommessa,
a dirsi: "╚ fatta," con un ghigno di re...
La nostra speranza Ŕ ugualmente
ossessa:
estetizzante, in me, in essi anarchica.
Al raffinato e al sottoproletariato spetta
la stessa ordinazione gerarchica
dei sentimenti: entrambi fuori dalla
storia,
in un mondo che non ha altri varchi
che verso il sesso e il cuore,
altra profonditÓ che nei sensi.
In cui la gioia Ŕ gioia, il dolore dolore.





Nuovi epigrammi (1958-59)


Alla bandiera rossa



Per chi conosce solo il tuo colore,
bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perchÚ lui
esista:
chi era coperto di croste Ŕ coperto di
piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese
africano,
l'analfabeta una bufala o un cane.
Chi conosceva appena il tuo colore,
bandiera rossa,
sta per non conoscerti pi¨, neanche coi
sensi:
tu che giÓ vanti tante glorie borghesi e
operaie,
ridiventa straccio, e il pi¨ povero ti
sventoli.




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MessaggioInviato: Mer Set 24, 2008 4:06 pm    Oggetto: Rispondi citando




Poesie incivili (aprile 1960)

Frammento alla morte

Vengo da te e torno a te,
sentimento nato con la luce, col caldo,
battezzato quando il vagito era gioia,
riconosciuto in Pier Paolo
all'origine di una smaniosa epopea:
ho camminato alla luce della storia,
ma, sempre, il mio essere fu eroico,
sotto il tuo dominio, intimo pensiero.
Si coagulava nella tua scia di luce
nelle atroci sfiducie
della tua fiamma, ogni atto vero
del mondo, di quella
storia: e in essa si verificava intero,
vi perdeva la vita per riaverla:
e la vita era reale solo se bella...

La furia della confessione,
prima, poi la furia della chiarezza:
era da te che nasceva, ipocrita, oscuro
sentimento! E adesso,
accusino pure ogni mia passione,
m'infanghino, mi dicano informe, im
puro
ossesso, dilettante, spergiuro:
tu mi isoli, mi dai la certezza della vita:
sono nel rogo, gioco la carta del fuoco,
e vinco, questo mio poco,
immenso bene, vinco quest'infinita,
misera mia pietÓ
che mi rende anche la giusta ira amica:
posso farlo, perchÚ ti ho troppo patita!

Torno a te, come torna
un emigrato al suo paese e lo riscopre:
ho fatto fortuna (nell'intelletto)
e sono felice, proprio
com'ero un tempo, destituito di norma.
Una nera rabbia di poesia nel petto.
Una pazza vecchiaia di giovinetto.
Una volta la tua gioia era confusa
con il terrore, Ŕ vero, e ora
quasi con altra gioia,
livida, arida: la mia passione delusa.
Mi fai ora davvero paura,
perchÚ mi sei davvero vicina, inclusa
nel mio stato di rabbia, di oscura
fame, di ansia quasi di nuova creatura.

Sono sano, come vuoi tu,
la nevrosi mi ramifica accanto,
l'esaurimento mi inaridisce, ma
non mi ha: al mio fianco
ride l'ultima luce di giovent¨.
Ho avuto tutto quello che volevo,
ormai:
sono anzi andato anche pi¨ in lÓ
di certe speranze del mondo: svuotato,
eccoti lý, dentro di me, che empi
il mio tempo e i tempi.
Sono stato razionale e sono stato
irrazionale: fino in fondo.
E ora... ah, il deserto assordato
dal vento, lo stupendo e immondo
sole dell'Africa che illumina il mondo.

Africa! Unica mia
alternativa







Ballata delle madri

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d'esperienze cosý diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lý, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate, a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltÓ
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietÓ.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltÓ di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo Ŕ dannato
a non dare nÚ dolore nÚ gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d'amore,
se non d'un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v'hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l'antico, vergognoso segreto
d'accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo pu˛ essere felice
odiando chi Ŕ, come lui, legato,
come pu˛ essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ci˛ che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalitÓ e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietÓ o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integritÓ di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
- nel vostro odio - addirittura superbi,
se non Ŕ questa che una valle di lacrime.
E' cosý che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.






Supplica a mia madre

E' difficile dire con parole di figlio
ci˛ a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ci˛ che Ŕ stato sempre, prima d'ogni altro amore.

Per questo devo dirti ci˛ ch'Ŕ orrendo conoscere:
Ŕ dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo Ŕ dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame
d'amore, dell'amore di corpi senza anima.

PerchÚ l'anima Ŕ in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore Ŕ la mia schiavit¨:

ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l'unico modo per sentire la vita,
l'unica tinta, l'unica forma: ora Ŕ finita.

Sopravviviamo: ed Ŕ la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprileů






L'alba meridionale


II
Torno, ritrovo il fenomeno della fuga
del capitale, l'epifenomeno (infimo)
dell'avanguardia. La polizia tributaria
(quasi accertamento filosofico
sugli incartamenti di un poeta)
fruga in quel fatto privato che sono i soldi,
contaminati da caritÓ, dolenti
di inspiegabili consunzioni, e pieni
di senso di colpa, come il corpo da ragazzi:
per˛ con mia gongolante leggerezza perchÚ qua,
non c'Ŕ da accertare nulla, se non la mia ingenuitÓ.
Torno, e trovo milioni di uomini occupati
soltanto a vivere come barbari discesi
da poco su una terra felice, estranei
ad essa, e suoi possessori. Cosý nella vigilia
della Preistoria che a tutto ci˛ darÓ senso,
riprendo a Roma le mie abitudini
di bestia ferita, che guarda negli occhi,
godendo del morire, i suoi feritoriů






Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perchÚ tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perchÚ fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perchÚ sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male Ŕ tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.



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